AustralianOpen

Un recente studio scientifico esalta i benefici degli sport di racchetta. Restituendo loro una nuova giovinezza

L’Australian Open, torneo del Grande Slam che si gioca dal 16 al 29 gennaio a Melbourne, apre come ogni anno la stagione del grande tennis internazionale. Il torneo australiano non smette di crescere, con un montepremi per l’edizione 2017 di 50 milioni di dollari australiani, circa 35 milioni di euro, più che triplicato negli ultimi 15 anni. Rispetto al 2016 il montepremi è cresciuto del 14%. I vincitori del singolare maschile e femminile – stessa cifra per le due categorie – porteranno a casa 3,7 milioni di dollari australiani, circa 2,5 milioni di euro.
In Italia l’evento “tennistico” degli ultimi mesi, mediaticamente parlando, è stato soprattutto il matrimonio fra Flavia Pennetta e Fabio Fognini. I due tennisti italiani, nel caso della Pennetta oramai ex-tennista, si sono sposati a Ostuni nell’estate 2015, con seguito di invitati famosi del mondo dello sport e non solo. Passando dal gossip al tennis giocato, per l’Italia l’anno che si apre contiene un motivo di grande orgoglio. Milano si è infatti aggiudicata la difficile battaglia per ospitare un nuovo evento del circuito ATP. Parliamo del Next Gen ATP Finals, torno riservato ai migliori sette giocatori al mondo Under 21 più una wild-card, per un totale quindi di otto giovani e promettenti giocatori. Milano è stata scelta dall’ATP contro città importanti come Miami, Los Angeles e Città del Capo. La prima edizione di sempre di questo torneo si svolgerà nel novembre di quest’anno al Polo Fieristico di Rho e potrà contare su un montepremi di 1,25 milioni di dollari. Per le cinque edizioni successive, la sede ospitante sarà la stessa.

Recentemente, la stampa internazionale ha parlato di tennis, oltre che per i risultati sui campi da gioco, anche in relazione a uno studio pubblicato dal British Journal of Sports Medicine a fine novembre 2016, secondo il quale proprio gli sport di racchetta sarebbero i più protettivi rispetto al rischio di morte da malattie cardiovascolari. La pratica regolare a qualsiasi età di questi sport — più precisamente badminton, tennis, squash e paddle — arriverebbe a ridurre questo rischio del 56% rispetto all’incidenza dello stesso rischio su soggetti che invece non fanno attività fisica. Nella lista degli sport virtuosi da questo punto di vista seguono il nuoto, con una riduzione del rischio del 41%, e le attività aerobiche quali danza o fitness col 36%. Gli altri tre sport esaminati ai fini della ricerca – cioè running, ciclismo e calcio – hanno mostrato di non offrire alcun effetto protettivo rispetto al rischio di morte per malattie cardiovascolari. Nella categoria “calcio” è stato compreso anche il rugby. Questo risultato naturalmente non sta a significare che praticare running, ciclismo o calcio sia inutile per mantenersi in forma, perché rimane vero il contrario, ma i risultati di questo studio sottolineano differenze importanti nell’impatto dei diversi sport finora sconosciute anche agli esperti. Comprendere il valore delle diverse attività sportive in rapporto al funzionamento del sistema cardiovascolare ha un’importanza primaria. Ricordiamo che ai primi due posti fra le cause di morte nel mondo troviamo l’ischemia cardiaca e l’infarto (dati World Health Organization), cioè cause legate precisamente al malfunzionamento del sistema cardiovascolare.

Lo studio pubblicato sul British Journal of Sports Medicine è il risultato del lavoro condotto da un team internazionale di ricercatori, che hanno analizzato i dati relativi a un campione di 80.306 adulti, tutti oltre i 30 anni e dell’età media di 52 anni, residenti in Inghilterra e Scozia. Le informazioni sulla salute e l’esercizio fisico di questi soggetti sono state raccolte in momenti successivi nel corso di 11 sondaggi, fra il 1994 e il 2008. Il motivo del lungo periodo consiste nell’aver dovuto poi sorvegliare il tasso di mortalità di coloro che avevano partecipato all’inchiesta nonché la causa di mortalità in caso di decesso. Agli intervistati erano state fatte domande sul tipo di attività fisica che avevano svolto, o meno, nelle quattro settimane precedenti. I sei sport o gruppi di sport investigati sono stati più precisamente: ciclismo, nuoto, aerobica/fitness/ginnastica/danza, running/jogging, football/rugby, e badminton/tennis/squash.

La prima firma dell’articolo sul British Journal of Sports Medicine è di Pekka Oja, dell’UKK Institute di Tampere in Finlandia. Anche se la regola non è universalmente applicata, solitamente il primo nome che appare in un articolo accademico corrisponde a chi ha contribuito maggiormente alla ricerca. La lista degli altri autori è lunga e ci fa capire quante istituzioni accademiche, e in quanti Paesi, abbiano contribuito a questo studio. Oltre all’UKK Institute di Tampere, hanno contribuito ricercatori dell’Università di Edimburgo, della Victoria University di Melbourne, dell’Università di Graz in Austria, della Sydney Medical School, dell’Università di Oxford, della Loughborough University e dell’Università di Exeter.
Se invece di osservare specificamente l’incidenza sulla morte da malattie cardiovascolari ci si sposta a rilevare l’incidenza sulla mortalità tout court, indipendentemente dalle cause, dei sei sport messi a confronto solo calcio e running sono risultati non avere alcuna incidenza significativa sulla riduzione della mortalità. Ciclismo, nuoto, sport di racchetta e sport aerobici, invece, sono tutti risultati avere un impatto significativo sulla riduzione della mortalità. Confrontato con la quota di soggetti che non facevano attività sportiva, il rischio di morte è risultato essere minore del 47% per chi pratica sport di racchetta, del 28% per il nuoto, del 27% per le attività aerobiche in palestra, danza compresa, e del 15% fra i ciclisti.

Il dottor Charlie Foster dell’Università di Oxford, uno degli autori dell’articolo, in un’intervista al quotidiano The Guardian ha affermato che probabilmente gli sport di racchetta risultano essere tanto utili perché oltre all’attività fisica, di solito essi sono accompagnati anche una serie di attività sociali. Chi gioca a tennis, paddle o squash, dice Foster, normalmente lo fa essendo parte di un circolo, e la vita di un circolo sportivo non è fatta solo ed esclusivamente di sport. Numerose sono le ricerche che dimostrano come il mantenere una vita sociale attiva ed una rete di contatti costanti favoriscano un invecchiamento sano, mentre l’isolamento tende a favorire, oltre ai disturbi psicologici, l’insorgere di patologie fisiche. Inoltre, sempre secondo Foster, spesso chi pratica in gioventù sport di squadra come il calcio o il rugby vi si dedica anima e corpo fino a una certa età e poi, una volta dissoltasi la squadra, con gli anni e gli impegni professionali che avanzano, finisce per essere soltanto uno sportivo-spettatore, o da divano. Chi invece faceva già da giovane sport individuali, come ad esempio il tennis, anche se con ritmi e frequenza diversi, di solito continua a praticarli anche dopo.

TopSport – Gennaio 2017
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