ecologia

Se terrà conto, nella sua attività, delle principali problematiche di sostenibilità ambientale – energia, acqua, prodotti chimici e rifiuti – l’industria della moda potrà sbloccare business per un valore stimato intorno a 110 miliardi di euro. Se invece continuerà a sottovalutare queste sfide, la fashion industry rischia di incorrere, di qui al 2030, in mancati guadagni valutati a 45 miliardi di euro, provocati dalla crescente regolamentazione intorno a queste tematiche e dall’attenzione dei consumatori e dell’opinione pubblica in generale intorno a queste tematiche, attenzione cresciuta in poco tempo in maniera esponenziale. Sono i principali risultati di un rapporto pubblicato da Barclays, intitolato “Green Is the New Black”, sotto la direzione di Anushka Challawala e Hiral Patel. Fra i nomi delle aziende descritte come “meglio posizionate” per contribuire alla crescita di un modello industriale più sostenibile, vengono citati anche importanti players del settore dell’articolo sportivo e outdoor, in particolare Nike, Lululemon Athletica, e VF Corporation, che ha fra le sue marche nomi come The North Face, Timberland, Vans, e JanSport, per citarne solo alcune.

L’industria della moda consuma quantità notevoli di acqua ed energia, oltre ad avere una supply chain infarcita di pratiche costose e al tempo stesso inefficienti dal punto di vista dell’uso delle risorse. Tutto questo, affermano gli analisti di Barclays, crea problemi a livello ambientale e sociale che non possiamo più permetterci di ignorare. L’industria della moda emette da sola l’8% delle emissioni mondiali di gas serra, un quantitativo superiore a quello che si otterrebbe sommando le emissioni di tutti i voli internazionali con quelli delle spedizioni marittime, dice Barclays.

Nonostante il tema della sostenibilità sia sulla bocca di tutti, e malgrado l’indubbio moltiplicarsi di azioni concrete da parte dell’industria, Barclays ricorda che i tessuti di cui sono fatti gli indumenti che troviamo oggi sul mercato sono fatti per circa l’85% di cotone convenzionale e poliestere vergine. La percentuale di tessuti prodotti invece con fibre organiche e sostenibili è ancora comparativamente irrisoria. Per la produzione di cotone non organico vengono usate tecniche di ingegneria genetica, OGM, pesticidi ed altre sostanze potenzialmente tossiche. Il cotone non organico viene inoltre coltivato solitamente come monocultura, e questo impoverisce il terreno. Il cotone organico o biologico, invece, proviene da agricoltura biologica controllata e certificata, il che prevede l’utilizzazione di metodi naturali per il controllo dei parassiti, oltre a vedere gli agricoltori solitamente liberi di praticare una rotazione delle colture, così che il suolo si mantenga fertile nel lungo periodo. Anche nel caso del poliestere, oggi esistono alternative al poliestere vergine. Il poliestere da riciclo è in grado di abbattere di circa la metà le emissioni di gas serra rispetto al poliestere vergine.

Anche il problema degli sprechi post-consumo è molto presente nell’industria della moda. Il concetto contemporaneo di fast fashion ha reso la moda più accessibile a tutti, ma ha anche funzionato da propulsore per il sovraconsumo, dunque inevitabilmente per lo spreco. Il fatto che i prodotti di seconda mano e il mercato del riuso siano oggi tanto di moda non ha eliminato né l’eccesso oggettivo nel consumo di articoli di abbigliamento, tipico delle società industriali contemporanee, né il problema degli articoli gettati nella spazzatura dal consumatore nonostante in molti casi siano ancora utilizzabili, o addirittura mai messi. Ogni anno, ricorda il rapporto, vengono sprecati articoli di abbigliamento indossati appena, o per nulla, per un valore stimato ad oltre 450 miliardi di euro. Fra le misure auspicate, lo studio di Barclays sottolinea quindi l’urgenza di ridurre gli sprechi non soltanto in fase di produzione, quindi dal lato dell’industria, ma anche dal lato del consumatore.