Marine Conservationist Charles Moore displays a toothbrush found in the Central North Pacific Ocean whilst holding a banner which reads 'Is This Yours?' This is part of the Ocean Defenders Campaign in which the Greenpeace ship Esperanza MV sails to the Pacific Ocean, sometimes referred to as the North Pacific garbage patch, to document the threat that plastic poses to the environment and sea life.

Greenpeace punta il dito verso l’industria dell’outdoor per via dell’utilizzo nel settore dell’outdoor di grandi quantità di PFC per i trattamenti idrorepellenti e antimacchia dei prodotti

L’argomento è quanto mai d’attualità. Un recente rapporto di Greenpeace ha evidenziato che l’inquinamento da PFC, composti poli e per-fluorati molto presenti negli articoli per l’outdoor, ha raggiunto anche remote zone di montagna in continenti diversi che si aveva la tendenza ad immaginare incontaminate, o comunque meno soggette all’azione distruttiva dell’uomo. Il rapporto è stato diffuso a settembre ed ha un titolo suggestivo: “Impronte nella neve”, o “Footprints in the snow” nella versione originale. I PFC sono composti di sintesi impiegati da oltre sessant’anni in numerosi processi industriali. Nel settore dell’outdoor vengono usati soprattutto nelle finiture impermeabilizzanti e antimacchia dei più comuni capi di abbigliamento.
Nei mesi di maggio e giugno 2015, otto squadre di Greenpeace hanno raggiunto una serie di remote aree montane in tre continenti. Qui hanno raccolto campioni di neve ed acqua da analizzare poi in laboratorio al fine di verificare la presenza dei pericolosi PFC. Dalle indagini svolte è risultato essere presente PFC nei campioni di neve provenienti da tutti i siti di campionamento. Persino i campioni prelevati ad oltre 5000 metri di altitudine, sui monti Haba in Cina hanno evidenziato la presenza di tracce di PFC, sebbene a livelli di contaminazione più bassi. Nota ancora più triste per noi in questo quadro già desolante, fra i vari siti visitati dalle spedizioni il sito italiano è risultato essere uno dei tre più inquinati. Le concentrazioni più elevate di PFC sono state riscontrate nei campioni prelevati sui monti Tatra in Slovacchia, sui nostri monti Sibillini, in particolare nel lago di Pilato, e nella regione dei laghi di Macun delle Alpi svizzere. Nel box a pagina seguente, pubblichiamo la lista completa dei siti visitati dai team di Greenpeace fra il 26 maggio e il 19 giugno di quest’anno.
Il campionamento è stato effettuato in zone remote ma accessibili. Per i campioni di neve si è proceduto alla raccolta di neve fresca, cioè depositatasi nel corso dell’ultimo inverno, e intatta, cioè priva di tracce di contaminazione locale quali insediamenti vicini, attività sciistiche, sentieri di escursionismo, bestiame, industrie, ecc. Per il campionamento dell’acqua sono stati scelti i laghi che avevano una bassa probabilità di essere contaminati da fonti locali.

Per quanto riguarda la spedizione italiana, i campioni di neve ed acqua sono stati raccolti presso il lago di Pilato, uno specchio d’acqua a 1941 metri sul livello del mare nel massiccio e nel Parco nazionale dei Monti Sibillini, nella provincia di Ascoli Piceno. Il lago, che ha una lunghezza di circa 500 metri, è situato ai piedi del Monte Pizzo del Diavolo, una formazione rocciosa di notevole interesse naturalistico. Il lago di Pilato è noto per essere l’habitat di una particolare specie di crostaceo endemica chiamata chirocefalo del Marchesoni, dal nome del botanico che lo scoprì per la prima volta nel 1954, Vittorio Marchesoni. Si tratta di un piccolo crostaceo branchiforme con una colorazione rosso corallo lungo fra i 9 e i 12 mm.
Il composto registrato nelle concentrazioni maggiori nei campioni di neve raccolti nelle diverse località è stato il PFNA (PFC a catena lunga), con valori compresi tra il limite minimo di rilevabilità delle apparecchiature e 0,755 ng/l. Questo massimo è stato riscontrato proprio nei campioni provenienti dal lago di Pilato. Il sito di campionamento italiano è anche risultato quello con il più alto contenuto di altri PFC nei campioni di neve. Dei diciassette composti individuati in tutti i campioni, ben quattro (PFHxA, PFNA, PFUnA e PFOS) hanno mostrato le concentrazioni massime nei campioni prelevati nei pressi del lago di Pilato.

I PFC non esistono in natura. Sono sostanze caratterizzate da un’elevata persistenza e difficile biodegradabilità. I PFC a catena lunga, come il PFOA o PFOS, hanno otto o più molecole di carbonio mentre i PFC a catena corta hanno fino a sei molecole di carbonio. Per alcuni PFC esistono evidenze scientifiche circa la pericolosità per l’apparato riproduttivo, così come sull’impatto che possono avere sul sistema ormonale e la loro incidenza nello sviluppo di tumori. Una volta rilasciati nell’ambiente i PFC possono restarvi nella forma originale per centinaia di anni. Muovendosi inoltre nell’atmosfera, sia in forma gassosa che legati alle particelle che costituiscono il pulviscolo atmosferico, possono letteralmente fare il giro del mondo e depositarsi sulla terra con la pioggia o con la neve.
Per rassicurare i consumatori va ricordato che ad oggi non ci sono invece evidenze scientifiche di problemi alla salute generati dal semplice fatto di toccare tessuti o indossare indumenti contenenti PFC. È la stessa Greenpeace a sottolinearlo nel rapporto. Il nesso acclarato fra PFC ed inquinamento è di tipo diverso. I PFC vengono rilasciati nell’ambiente già durante la produzione dei tessuti, così come durante l’uso e lo smaltimento di prodotti contenenti PFC. Queste sostanze possono raggiungere il nostro corpo quando respiriamo aria contenente PFC o tramite cibo, acqua, o semplice polvere che contenga queste sostanze.

Quando Greenpeace punta il dito verso l’industria dell’outdoor lo fa soprattutto per due motivi. In primo luogo per via dell’utilizzo nel settore dell’outdoor di grandi quantità di PFC per i trattamenti idrorepellenti e antimacchia dei prodotti, qualità primarie per gli articoli da utilizzare nelle attività all’aperto. I PFC hanno infatti caratteristiche tali da rendere i materiali idro-oleorepellenti. È per questo che trovano un così largo impiego in giacche e pantaloni da pioggia, tende, scarpe, abiti da lavoro, costumi da bagno, biancheria per albergo e in molti altri articoli. Il secondo ordine di motivi attiene al legame intrinseco che esiste fra chi pratica attività outdoor, a qualsiasi livello, e la natura. Gli amanti dell’outdoor sono tali in primo luogo perché amano stare in mezzo alla natura, da cui l’evidente paradosso se le attrezzature che usano a questo scopo finiscono invece per danneggiare quegli stessi paesaggi che li avevano attratti nello svolgimento di queste attività. Fra l’altro l’ambiente è tipicamente il protagonista principale delle pubblicità delle marche dell’outdoor.
La campagna di Greenpeace “Detox My Fashion” contro la diffusione di sostanze chimiche tossiche utilizzate nell’industria tessile ha già coinvolto numerose grosse aziende di abbigliamento. Più di 30 marchi internazionali della moda, fra cui ad esempio H&M e Mango ma anche Puma e adidas, hanno sottoscritto l’impegno Detox a eliminare queste sostanze dai processi produttivi entro il 2020. Molti grossi nomi dell’outdoor continuano invece a produrre i loro articoli usando grandi quantità di PFC, afferma Greenpeace.

Numerose marche dell’outdoor ritengono di aver risposto al problema della contaminazione ambientale da PFC sostituendo alcuni dei composti più nocivi, come i PFC a catena lunga, con l’impiego di quelli a catena corta. Greenpeace ribadisce però anche nell’ultimo rapporto sulle zone montane come sostituire i PFC a catena lunga con quelli a catena corta rischi semmai di aggravare ulteriormente il problema. I PFC a catena corta sono composti comunque altamente persistenti, e inoltre offrono prestazioni generalmente più limitate di quelli a catena lunga, così che per garantire le stesse prestazioni tecniche si finisce per usarne quantità maggiori.

Greenpeace ricorda peraltro nel rapporto come esistano già trattamenti alternativi ugualmente efficaci per la produzione di abbigliamento outdoor che non utilizzano affatto i PFC. I capi utilizzati dagli otto team di Greenpeace nelle spedizioni montane fra maggio e giugno di quest’anno, tutti assolutamente privi di PFC, ne sono la dimostrazione, dice Greenpeace.
I dati completi sulla concentrazione di PFC (ng/l) nei diversi campioni di neve e di acqua raccolti nelle aree remote raggiunte dalle spedizioni di Greenpeace sono disponibili nella versione completa del rapporto in inglese “Footprint in the Snow – Hazardous PFCs in remote locations around the globe” e nel briefing in italiano, entrambi scaricabili su www.greenpeace.org.

TopSport – Novembre/Dicembre 2015
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