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Giro d’Italia N° 100 ma anche gli incidenti mortali di Scarponi e Hayden in questo 2017. Ma il ciclismo dovrebbe rimanere una festa

Quella del 2017 è stata per il Giro d’Italia un’edizione storica: quella del centenario. Il Giro è partito il 5 maggio in Sardegna per concludersi con la prova a cronometro da Monza a Milano il 28 maggio. Sarebbe stato bello festeggiare un’edizione così speciale con la vittoria di un italiano. Così non è stato. Vincenzo Nibali si è piazzato terzo, e sempre di Nibali è stata a Bormio la sola vittoria italiana di tappa in questa edizione, nella difficile tappa dello Stelvio. Nella classifica finale, Nibali si è piazzato alle spalle dell’olandese Tom Dumoulin, vincitore del Giro, e del colombiano Nairo Quintana. Dumoulin è il primo olandese di sempre ad essersi aggiudicato il Giro d’Italia. Anche se per i nostri colori poteva andare meglio, il piazzamento di Nibali ha comunque aggiunto ulteriore prestigio all’incredibile palmares del campione siciliano. Il ciclista messinese ha infatti vinto il Giro d’Italia nel 2013 e nel 2016, è arrivato secondo nel 2011 e si era già piazzato al terzo posto nel 2010. Ha inoltre vinto il Tour de France del 2014 e la Vuelta del 2010 in Spagna, che si aggiungono ad una serie di altre vittorie e piazzamenti di rilievo in competizioni nazionali e internazionali nel corso della carriera.
Ma oltre alle celebrazioni per il centenario, il Giro di quest’anno verrà tristemente ricordato anche per l’omaggio tributato a più riprese a Michele Scarponi, il ciclista professionista morto tragicamente in un incidente stradale a meno di due settimane dall’inizio del Giro. Scarponi è stato investito in sella alla sua bicicletta da un furgone il 22 aprile mentre si allenava, proprio in preparazione al Giro, alle porte di Filottrano, in provincia di Ancona, suo paese natale. Quest’anno avrebbe corso la sua dodicesima corsa rosa. Scarponi aveva 37 anni, era professionista dal 2002 ed era noto in particolare per le sue doti di scalatore, tanto da essere soprannominato “l’aquila di Filottrano”. Aveva vinto nel 2009 la Tirreno-Adriatico e nel 2011 il Giro d’Italia, dopo la squalifica di Alberto Contador. Nel Giro di quest’anno avrebbe corso come capitano dell’Astana, dopo il forfait di Fabio Aru. Secondo quanto riportato dalla Gazzetta dello Sport ed altri organi di stampa, Scarponi è stato investito all’altezza di un’intersezione da un furgone che avrebbe omesso di dargli la precedenza.
Purtroppo non è stato l’unico incidente di cui si è parlato a latere nei giorni del Giro. Il 9 maggio, mentre il Giro era in pieno svolgimento, arrivava la notizia di un altro incidente ad un altro grande nome del ciclismo internazionale, il britannico Chris Froome, vincitore di tre Tour de France. Froome è stato speronato da un’auto a Montecarlo, dove risiede, anche lui mentre era impegnato in allenamento. La bicicletta ne esce semidistrutta ma fortunatamente Froome è illeso. Il ciclista racconta in un tweet di essere stato spinto di proposito contro il marciapiede da un guidatore spazientito, che è poi fuggito senza soccorrerlo.

Il 17 maggio è il campione di un altro sport, Nicky Hayden, ad avere in sella alla sua bicicletta un appuntamento col destino. Il pilota statunitense di Superbike si stava allenando con la sua bici da corsa a Misano Adriatico quando è stato travolto da un’auto. Hayden viene scaraventato sul cofano dell’auto mentre la sua bicicletta finisce accartocciata nel fosso. Secondo le prime indiscrezioni giornalistiche, avvalorate dal video delle telecamere di sorveglianza di un’abitazione della zona, Hayden non si sarebbe fermato allo stop. Oltre a fratture multiple dorsali e a una gamba, il pilota presenta un diffuso edema cerebrale, che appare da subito come il danno più grave. Non riprenderà mai conoscenza e morirà il 22 maggio all’Ospedale Bufalini di Cesena. Hayden, 36 anni, correva con il team Red Bull Honda World Superbike, per il quale aveva partecipato, il 14 maggio, al gran premio di Imola. Nel 2006 era stato campione del mondo di MotoGP.
Sempre il 22 maggio, e per una strana coincidenza sempre al Bufalini di Cesena, muore anche la campionessa tedesca di triathlon Julia Viellehner, anche lei in seguito a un incidente in sella a una bicicletta. La Viellehner era ricoverata in terapia intensiva al Bufalini dal 15 maggio dopo essere stata agganciata da un camion e trascinata sull’asfalto mentre si allenava in bici per prepararsi alla stagione. Il 14 maggio aveva partecipato a un triathlon sprint a Cervia e doveva partecipare alla Nove Colli di ciclismo a Cesena.
Una lista di atleti, non tutti ciclisti professionisti, accomunati però dall’aver trovato la morte in questa prima metà del 2017 in sella a una bicicletta. Occorre dunque più che mai fare una riflessione sul tema della sicurezza. Pedalare deve restare sinonimo di vita salubre e parlare di semplice fatalità per episodi così frequenti sarebbe una scorciatoia semplicistica, che non serve a far progredire le cose. A fianco dei nomi noti, che attirano la stampa e l’opinione pubblica sul problema, ci sono le centinaia di cicloamatori che restano coinvolti ogni anno in incidenti stradali. Oltre mille hanno perso la vita negli ultimi quattro anni (dati Istat-ACI 2012-2015), vittime che si aggiungono alle migliaia di feriti (16.000 nel 2015). La bicicletta è popolare senza particolari distinzioni di età o di sesso, e le vittime di incidenti sono di tutte le generazioni e sia uomini che donne.
A parziale consolazione, occorre rilevare che il numero di vittime è in calo, e questo nonostante il numero di quanti si sono convertiti alla bicicletta sia notevolmente aumentato in questi ultimi anni, un po’ per la crisi un po’ per i problemi di inquinamento e di sedentarietà, verso cui sono state promosse molte campagne d’informazione e la sensibilità è aumentata. Nel 2000 i morti in bicicletta per incidenti stradali in Italia erano stati 372, scesi a 331 nel 2005, a 263 nel 2010 e a 249 nel 2015. È necessario continuare a promuovere l’uso della bicicletta per le ragioni di cui sopra – salute, risparmio energetico, traffico e inquinamento – ma occorre che in parallelo vengano fatte campagne di sensibilizzazione anche per una pratica sicura di questa attività, e di queste ne vediamo forse meno.
In primo luogo sta al ciclista stesso conoscere e rispettare alcune regole di base. Vedremo che anche quelle apparentemente più scontate sono spesso, nella realtà quotidiana, lungi dall’esserlo. Il fatto che per andare in bicicletta non occorra prendere alcuna patente non significa che la bici sia una sorta di giocattolo innocuo, al pari di un mazzo di carte o di un cruciverba. La facilità e la familiarità con cui si usa la bicicletta, che ne fanno la popolarità, finiscono per far sottovalutare i pericoli che questo mezzo può comportare, per sé e per gli altri. Esaminiamo di seguito alcuni aspetti chiave della normativa riguardanti il comportamento del ciclista:

• La bicicletta è definita dal Codice della Strada come “veicolo” (il codice la chiama “velocipede”). Come tale, chi la conduce è tenuto al rispetto delle norme che regolano la circolazione. Solo quando la bicicletta è portata a mano il ciclista è assimilabile al pedone, e quindi non assoggettato agli obblighi dei conducenti di veicoli. Inutile sottolineare che numerosi ciclisti non conoscono le norme della circolazione, e che molti di più le conoscono ma scelgono di ignorarle, ad esempio quando invece di tenersi sulla destra stanno in mezzo alla carreggiata, o peggio, zigzagano senza segnalare la direzione che intendono prendere, per non parlare dei ciclisti che decidono volta per volta se rispettare i semafori o meno. Tutti questi comportamenti evidenziano, appunto, una certa anarchia in sella alla bicicletta, doppiamente ingiustificata se si pensa che in un incidente fra mezzo a due ruote e mezzo a quattro ruote, proprio chi conduce quello a due ruote è più a rischio perché non protetto da un abitacolo.
• Fuori dai centri abitati, i ciclisti devono sempre procedere su unica fila, salvo che uno di essi sia minore di anni dieci e proceda sulla destra dell’altro. Purtroppo anche questa norma del codice, che sembrerebbe una semplice norma di buon senso, è spesso disattesa. A qualsiasi automobilista sarà capitato di imbattersi nel piccolo plotone di ciclisti che viaggiano affiancati e spensierati, senza curarsi dell’arrivo delle auto.
• È vietato condurre la bicicletta senza mani. Quella che potrebbe sembrare una piccola dimostrazione di abilità è in realtà in contrasto col Codice della Strada. I ciclisti devono reggere il manubrio almeno con una mano e avere braccia e mani libere da impedimenti, in modo da poter segnalare tempestivamente le manovre di svolta che intendono effettuare (anche questa segnalazione è un obbligo, e non un vezzo dei ciclisti di una certa età, come sembra essere diventato).
• L’uso di cuffie audio è vietato. Anche in questo caso basterebbe il buon senso per capire che se entrambe le orecchie sono impegnate ad ascoltare musica, diventa difficile sentire l’eventuale clacson di un’auto, la sirena di un mezzo di soccorso o quant’altro di sonoro possa provenire dalla strada. Purtroppo, per questioni di moda più che per un irrefrenabile amore per la musica, molti preferiscono sacrificare la sicurezza, propria e degli altri, e contravvenire al codice.

Ci sono poi un equipaggiamento obbligatorio ed uno facoltativo ma caldamente consigliato. L’equipaggiamento obbligatorio è stabilito dall’articolo 68 del Codice della Strada “Caratteristiche costruttive e funzionali e dispositivi di equipaggiamento dei velocipedi”. Ne ricordiamo gli elementi principali:
• Luce anteriore bianca o gialla.
• Fanalino posteriore rosso.
• Catadiottro posteriore rosso.
• Catadiottri gialli sui pedali e sui lati del veicolo.
• Un campanello il cui suono sia d’intensità tale da poter essere percepito ad almeno 30 metri di distanza.
• Il ciclista deve inoltre indossare giubbotto o bretelle retroriflettenti ad alta visibilità da mezz’ora dopo il tramonto a mezz’ora prima dell’alba quando circola sulle strade extraurbane e in tutte le gallerie (anche urbane).

Non sempre si presta attenzione alla presenza dei dispositivi obbligatori. Chi ad esempio possiede una mountain-bike, studiata per percorsi fuori strada e in situazioni particolari, tende a utilizzarla ovunque nello stesso stato, ma scorrazzare in città senza i dispositivi necessari, ad esempio con la classica mountain-bike senza luci, è fuori legge.
Ci sono poi elementi di equipaggiamento consigliabili in termini di sicurezza benché non obbligatori. In primo luogo, il casco. Nei Paesi del Nord Europa, e non solo, portare il casco in bicicletta è un’abitudine assolutamente naturale. In Italia non è così, e in questo senso ci sembra ci sia ancora molta strada da fare. I genitori che comprano il casco per i propri figli sono in crescita ma restano una minoranza, e molti adulti sembrano più preoccupati di salvare la messa in piega del parrucchiere che non la propria testa. Il problema dello scarso uso del casco vale soprattutto per coloro che utilizzano la bicicletta in città e come mezzo per gli spostamenti. I ciclisti sportivi, a qualsiasi livello, sono invece più propensi a indossarlo e generalmente più preparati in termini di equipaggiamento. Anche l’installazione di uno specchietto sulla bicicletta è consigliato. Nonostante si tratti di un tipo di equipaggiamento poco costoso e facile da installare, sono ancora pochi i ciclisti che decidono di farlo rispetto all’utilità certa, in termini pratici e di sicurezza, di questo dispositivo.

Un altro importante capitolo va poi dedicato alla manutenzione della bicicletta. Mentre per le auto ci sono scadenze e chilometraggi prestabiliti, e la manutenzione è un’abitudine diffusa e consolidata, nel caso della bicicletta il tema è meno sentito. Anche la bicicletta ha pneumatici che si logorano, dei quali vanno tenuti sotto controllo pressione e stato di usura: le gomme lisce sono pericolose anche in bicicletta. Allo stesso modo, dei freni è necessario controllare periodicamente efficienza e stato di usura. I grandi amatori della bicicletta sono più che preparati sul tema della manutenzione, arrivando a volte all’ossessione, ma i nuovi ciclisti e i ciclisti occasionali lo sono molto meno.
Gli equipaggiamenti necessari al ciclismo, obbligatori e non, sono oggi venduti su larga scala, a prezzi variabili ma generalmente accessibili. Il loro uso, o piuttosto mancato uso quando questo si verifica, è quindi più un problema di abitudini che di prezzo. Per alcuni, in un Paese come l’Italia dove l’estetica e la moda sono più importanti che altrove, possiamo dire che si tratta di un problema culturale. Per chi si sente immune dalle problematiche legate alla sicurezza, ricordiamo inoltre che dietro alla promozione di un uso maggiore di certi dispositivi c’è anche un argomento economico. Molto banalmente, promuovere l’uso del casco significa vendere più caschi.
Se in questa analisi ci siamo soffermati sul comportamento del ciclista, concludiamo sottolineando l’importanza dell’ambiente in cui il ciclista si muove. Da parte delle istituzioni, promuovere l’uso della bicicletta deve anche significare mettere gli utenti nelle condizioni di poterlo fare in sicurezza. Le norme non bastano. Occorrono piste ciclabili in numero più ampio e diffuso, e non solo in città.

TopSport – Luglio 2017
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