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Gli articoli sportivi sono in cima agli acquisti online. L’italia resta però drammaticamente in ritardo sia sull’e-commerce sia sulla digitalizzazione

Nel 2017, il 32% degli italiani ha comprato almeno un bene o un servizio online. Questa percentuale, resa nota da una recente ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro su elaborazione di dati Eurostat, ci pone quasi in fondo alla classifica degli Stati membri dell’Unione Europea (UE). Siamo infatti quintultimi, a pari merito con Cipro. Peggio di noi hanno fatto solo la Croazia col 29%, la Bulgaria col 18% e la Romania col 16%. Va detto che c’è stato un leggero miglioramento. Nel 2016 la percentuale di cittadini italiani tra i 16 e i 74 anni che aveva effettuato online l’acquisto di almeno un bene o servizio era stata del 29%, ed eravamo terzultimi. Al primo posto della graduatoria più recente (2017) svetta il Regno Unito, con una percentuale dell’82%, seguito a ruota dalla Svezia con l’81%, Danimarca e Lussemburgo con l’80%, Paesi Bassi con il 79%, e dalla Germania con il 75%. I beni più acquistati online dagli italiani sono quelli della categoria “Vestiti e articoli sportivi”, che rappresentano il 13% del totale. Seguono sempre ai primi posti Viaggi e vacanze e Articoli casalinghi, a pari merito col 12%, poi Libri e abbonamenti a riviste (8%) e Attrezzatura elettronica (6%).

Il divario fra l’Italia e le altre potenze economiche continentali resta macroscopico, a testimonianza di un ritardo evidente del nostro Paese nell’e-commerce. Questo ritardo va ricondotto alla nostra più generale lentezza nel processo di digitalizzazione. Secondo l’indice europeo DESI (Digital Economy and Society Index), che rileva i progressi compiuti dai Paesi dell’UE in termini di digitalizzazione, l’Italia si posiziona solo al 25° posto su 28 Stati membri. La relazione DESI misura cinque aspetti. In primo luogo la connettività, cioè la disponibilità di reti fisse a banda larga, reti mobili a banda larga e relativi prezzi. Il secondo aspetto preso in esame è quello del capitale umano, cioè l’uso di Internet e il livello delle competenze digitali, di base e avanzate. Il terzo capitolo riguarda l’utilizzo di contenuti, canali di comunicazione e transazioni online da parte dei cittadini, cioè detto più grossolanamente, il numero di utenti Internet. Il quarto concerne la digitalizzazione delle imprese e l’e-commerce. Infine, il quinto capitolo di analisi per la misurazione del DESI riguarda il settore pubblico, cioè il numero di utenti dell’eGovernment e della sanità digitale. Anche se nel corso dell’ultimo anno ci sono stati miglioramenti, dicono gli analisti della Commissione Europea, la posizione già bassa dell’Italia in classifica è rimasta invariata, perché invariato è rimasto quello che secondo gli esperti è il problema principale, cioè la carenza di competenze digitali. Questo fattore finisce per penalizzare tutti gli indicatori DESI.

Vediamo ora nel dettaglio le prestazioni dell’Italia in termini di digitalizzazione. Il primo capitolo, quello della connettività, ci vede al 26° posto fra i Paesi membri, in ulteriore discesa rispetto al 25° posto del 2016. La percentuale di copertura fissa è rimasta invariata a quota 99%, mentre la copertura della banda larga veloce (NGA) è migliorata considerevolmente, passando dal 72 all’87%. Il problema riguarda piuttosto la banda larga ultraveloce (100 Mbps e oltre), che con una percentuale pari appena al 22%, pone l’Italia largamente al di sotto della media UE del 58%. Il secondo aspetto, quello capitolo del capitale umano, trova l’Italia al 25° posto, e anche in questo caso siamo retrocessi rispetto al 2016, quando eravamo al 24°. Gli utenti di Internet (individui) sono aumentati leggermente, dal 67% al 69%, ma tristemente il numero di laureati in scienze, tecnologia, ingegneria o matematica nella fascia d’età 20-29 anni, che già era molto basso nella rilevazione precedente (13,9%), è addirittura sceso al 13,5%. Sempre riguardo alle nostre lacune nell’ambito del capitale umano, l’Europa ci segnala la mancanza di una strategia per settori della popolazione quali gli anziani e le persone inattive, a cui non vengono dedicate iniziative mirate. Il terzo indicatore, che riguarda l’uso dei servizi Internet, non ha subito particolari variazioni, e non è una buona notizia, visto che l’Italia era al 27° posto su 28 Paesi, e lì è rimasta. Shopping online, eBanking e uso dei social network sono lievemente aumentati. Nel frattempo, però, nella lettura delle notizie online siamo al di sotto della media UE. Il ricorso a chiamate e videochiamate è aumentato, ma a un ritmo ridotto rispetto alla media UE. Il quarto capitolo, che riguarda l’integrazione delle tecnologie digitali nelle imprese, ci pone al 20° posto della graduatoria europea, una posizione migliore rispetto ai capitoli precedenti ma peggiore rispetto al 19° posto del 2016. Benché ci siano stati progressi, la digitalizzazione delle imprese è cresciuta in Italia a un ritmo più lento rispetto a quanto accaduto in altri Paesi europei. Le imprese italiane sono sopra alla media europea nell’utilizzo di soluzioni di eBusiness, quali RFID e scambio di informazioni elettroniche. Nell’e-commerce, invece, se da un lato la percentuale di piccole e medie imprese (PMI) che si dedicano ad attività di vendita online è cresciuta, le vendite elettroniche sono diminuite. Nel 2017 il fatturato e-commerce delle PMI è infatti sceso al 5,8% rispetto al 6,4% del 2016. Infine, nel quinto e ultimo capitolo, quello della digitalizzazione del settore pubblico, l’Italia trova quasi il suo momento di gloria, occupando il 19° posto della graduatoria europea, lo stesso rispetto al 2016.
Nel maggio 2017 il governo italiano ha lanciato la nuova strategia triennale per le tecnologie dell’informazione nella pubblica amministrazione. La disponibilità di servizi eGovernment in Italia risulta essere al di sopra della media europea. Per quanto riguarda l’utilizzo dei servizi di sanità digitale, l’Italia si posiziona addirittura all’8° posto fra gli Stati membri dell’UE. Sul fronte open data il Paese ha inoltre migliorato la sua posizione in classifica di ben 11 posti, ponendosi al di sopra della media UE. La nota dolente, nel capitolo della digitalizzazione del pubblico, resta il numero di utenti dell’eGovernment, definito come percentuale degli utenti Internet tenuti a presentare moduli alla pubblica amministrazione. Sotto questo aspetto, purtroppo il nostro Paese si colloca all’ultimo posto in classifica fra i Paesi UE, probabilmente per problemi nell’utilizzabilità dei servizi pubblici, dicono gli analisti europei.

Chiudiamo ritornando ai dati del Centro Studi ImpresaLavoro per uno sguardo al comportamento di acquisto online degli italiani in base alla fascia d’età. I consumatori più attivi online risultano essere i giovanissimi tra i 16 e i 24 anni. In questo gruppo, quasi la metà (47%) ha effettuato online l’acquisto di almeno un bene o servizio nel 2017. Si tratta di una cifra apparentemente buona ma molto al di sotto, come abbiamo visto, delle percentuali degli altri Paesi europei. Poco distanti troviamo i consumatori di età compresa tra i 25 e i 34 anni (46%). Assai diversi sono i dati per i cittadini di età compresa fra i 55 e i 64 anni, che presentano un misero 21%, per scendere poi all’8% dei cittadini di età compresa tra i 65 e i 74 anni, e solamente al 2% per gli over 75. Il cosiddetto “digital divide”, cioè il divario fra chi accede alle tecnologie dell’informazione e chi per motivi diversi non lo fa, resta dunque anche una questione anagrafica.

 

 

 

 

TopSport – Luglio 2018
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