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Le bici connesse sono la nuova frontiera della mobilitá condivisa, ma vanno risolti alcuni significativi inconvenienti, tra cui in particolare quello del vandalismoLe bici connesse sono la nuova frontiera della mobilitá condivisa, ma vanno risolti alcuni significativi inconvenienti, tra cui in particolare quello del vandalismo

Per favorire la mobilità urbana sostenibile, sempre più numerose sono le città europee a dotarsi di un servizio di bike sharing, offrendo cioè ai propri abitanti e visitatori la possibilità di noleggiare per breve tempo una bicicletta senza bisogno di assistenza da parte di personale. Sorprendentemente, con 200 servizi di bici condivisa sparsi nel territorio, l’Italia è il Paese europeo con il più alto numero di servizi di bike sharing in Europa. La Francia, che con noi condivide la passione per le due ruote, ne conta solo 39. Una mappatura completa della situazione del bike sharing nel nostro Paese è stata fornita dall’Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility, che nel 2016 ha pubblicato il suo primo Rapporto, ad oggi il più recente. Promosso dal Ministero dell’Ambiente e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, l’Osservatorio è stato lanciato nel settembre 2015 allo scopo di analizzare e di promuovere il fenomeno della sharing mobility in Italia.

Il rapporto sulla sharing mobility indica che dei 200 servizi di bike sharing offerti sul territorio italiano, il 45% si trovano in comuni medio-piccoli. Nel Nord si concentra il 64% delle città italiane che dispongono di almeno un servizio di bici condivisa, e la Lombardia è la regione più attiva. Fra le grandi città, Milano e Torino sono quelle con i bike sharing più importanti, sia dal punto di vista degli iscritti al servizio che delle flotte. Dal bike sharing tradizionale al free floating il passo è stato naturale. Chi vive nelle aree metropolitane si trova spesso a dover fare i conti con il trasporto intermodale. Chi abita nei comuni dell’area metropolitana, ad esempio, parte in auto da casa per arrivare ai trasporti pubblici, poi prende un mezzo di trasporto suburbano per arrivare in città, passa sul trasporto urbano una volta in città, e spesso a quel punto mancano ancora alcune centinaia di metri, se non di più, per arrivare alla destinazione finale. Quando la diffusione di rastrelliere per il bike sharing è sufficientemente capillare, è possibile percorrere quell’ultimo chilometro in bicicletta invece che a piedi. Ma che cosa accade se di rastrelliere in quella zona non ce ne sono? Qui interviene la versione più recente del bike sharing, cioè la versione a flusso libero o free floating. Il vantaggio di questa versione del bike sharing consiste nel non obbligare l’utente a dover fare affidamento su un punto predeterminato di prelievo o di restituzione delle biciclette perché queste, come dice il nome stesso, fluttuano liberamente per la città.

Le bici sono geolocalizzabili grazie al GPS di cui sono equipaggiate e possono essere parcheggiate, e quindi anche prelevate, in tutta la città, in tutti gli spazi in cui ne è consentita la sosta. Le bici sono equipaggiate di un lucchetto che può essere sbloccato tramite un’apposita app. L’utente scarica un’applicazione gratuita e crea un account, in cui inserisce anche i dati della propria carta di credito/debito per il deposito cauzionale. Questo serve a copertura almeno parziale degli eventuali costi sostenuti dal gestore del servizio in caso di utilizzo inappropriato o di vandalismo. A tal proposito occorre precisare che in giro per il mondo stanno timidamente facendo la loro comparsa servizi senza cauzione – ad esempio quello di Ofo a Parigi – ma per il momento la richiesta di una cauzione è il sistema ampiamente più diffuso. Il bike sharing a flusso libero è arrivato in Italia l’anno scorso. Milano, Firenze e Torino sono state le prime a introdurlo. La libertà che accompagna il free floating rispetto al bike sharing tradizionale è evidente, ed è fonte di entusiasmo. Il fatto, poi, che il free floating sia legato a doppio filo al mondo digitale e alle nuove tecnologie, senza le quali peraltro non esisterebbe, lo rende particolarmente attraente per i giovani.

Nell’apprezzare gli enormi vantaggi del nuovo sistema, occorre però realisticamente essere consapevoli anche degli eventuali inconvenienti, che se non affrontati a dovere, rischiano di trasformare il bike sharing da soluzione a problema per le nostre città. Ci riferiamo in particolare al rischio di trovare biciclette abbandonate selvaggiamente un po’ dappertutto, con i problemi di ordine e di circolazione che ne conseguono. Il sistema di bike sharing tradizionale obbliga a riportare il mezzo in un punto preciso, e questo se da un lato limita la funzionalità del servizio, dall’altro garantisce che le bici siano raccolte nei punti in cui le autorità municipali hanno ritenuto opportuno che lo fossero. L’altro grosso problema del bike sharing a flusso libero è quello del vandalismo. Il 14 febbraio di quest’anno, la Gobee di Hong Kong, presente da alcuni mesi in Italia con le sue bici geolocalizzate a Firenze, Roma e Torino, ha annunciato che lascia non solo l’Italia ma l’Europa. Il motivo sarebbe precisamente il vandalismo contro le proprie flotte, che ha finito per rendere economicamente insostenibile la prosecuzione delle attività, ha dichiarato Gobee. L’azienda ha comunicato la sua decisione con una mail inviata ai propri utenti italiani, nella quale li informa dell’avvenuta chiusura dei loro account e del rimborso di ogni eventuale credito. La società aveva già ritirato le sue flotte da Lille e Reims, in Francia, in gennaio, e non era già più presente a Bruxelles. Quando a Parigi, nella seconda metà dello scorso anno, è sbarcato il free floating, il quotidiano francese Le Figaro ha parlato dell’inizio di una “grande battaglia” intorno al bike sharing, una battaglia fra operatori e anche fra sistemi diversi. Pochi mesi dopo, sullo stesso tema e sempre in Francia, sull’edizione francese di Forbes è apparso un titolo dal sapore radicalmente diverso, che parlava invece di “grande disillusione”.

Possiamo davvero parlare di bolla stroncata quasi sul nascere? A nostro parere, farlo sarebbe prematuro. Altre città si affacciano continuamente per lanciare il nuovo bike sharing a flusso libero. Ci sembra più plausibile immaginare che come tutte le soluzioni innovative, necessiti ancora di essere messa a punto. La start-up inglese Pony Bike, già presente con le sue bici geolocalizzabili ad Oxford, ha scelto Angers, nella Loira occidentale francese, come seconda città europea per il lancio del suo servizio. Ad Angers il servizio Pony Bike è stato lanciato il 23 ottobre 2017 con una decina di biciclette soltanto, e visto il successo, la flotta a fine dicembre era già passata a 240 unità. Così come Oxford, anche Angers è una città universitaria, dove gli studenti, ma per la verità anche gli abitanti, fanno largo uso della bicicletta in tutte le stagioni. Ad Angers, Pony Bike ha inoltre concluso un accordo con un’associazione locale per il reinserimento professionale, la AMS, per la realizzazione delle biciclette da disporre poi in città. Se alla fine successo sarà per il bike sharing a flusso libero, è forse ragionevole aspettarsi un calo fisiologico per il bike sharing tradizionale, ma il futuro è davvero ancora tutto da scrivere. A Milano, ad esempio, che dal punto di vista del bike sharing è un po’ la Parigi italiana in termini di diffusione del servizio, il servizio di bike sharing tradizionale Bikemi esiste fin dal 2008, e conta circa 4.600 bici e oltre 60.000 abbonati l’anno. Dell’offerta Bikemi fanno parte anche un migliaio di bici a pedalata assistita e biciclette per bambini. Nel 2017, con l’arrivo del bike sharing a flusso libero in città, Bikemi ha deciso di rinnovarsi a sua volta lanciando nuovi servizi quali ad esempio il bike sharing con il seggiolino per i bambini, e viene già evocata la possibilità di una “handbike sharing” per abbonati disabili. In altre parole, più che di battaglia o di delusione, per usare i termini di Le Figaro e Forbes, con l’arrivo del bike sharing a flusso libero potrebbe semplicemente prefigurarsi un allargamento del mondo bike sharing ad una gamma di soluzioni a cui prima non si era pensato, che in fondo è poi lo specchio della diffusione crescente di forme di consumo condiviso nella società di oggi. Comunque vadano le cose, l’universo-bicicletta non potrà che uscirne rafforzato e vincente.

 

TopSport – Maggio 2018
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