Fake FIFA football jerseys fill the racks at a stall in a market that sells a lot of counterfeit merchandise in Shanghai on September 3, 2010.  The European Union was pressing China on September 3 to back up words with actions and do more to stem the flood of counterfeit goods flowing into Europe and countries around the world.  AFP PHOTO / PHILIPPE LOPEZ (Photo credit should read PHILIPPE LOPEZ/AFP/Getty Images)

In Toscana gioca una squadra di calcio formata interamente da richiedenti asilo dei centri di prima accoglienza del territorio. È lo United Football Club. I suoi giocatori arrivano dal CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) di Venturina, da quello della Caravella di Piombino e da una struttura di Gavorrano. Giocano in Terza Categoria, settore dilettanti ed ultimo livello della piramide calcistica nazionale, nel girone di Livorno. I calciatori dello United sono tesserati alla FIGC di Grosseto. Di questa squadra si è recentemente occupato il quotidiano Il Tirrenolo scorso gennaio, che svela come sia nata l’idea. Un ex-ospite del centro di accoglienza della stazione di Campiglia con la passione per il calcio, una volta lasciato il CAS, decide di creare una squadra. Organizza i provini per scegliere i ragazzi e definisce ruoli e strategie della nascente squadra. A dare man forte all’idea interviene l’ente Homo Sapiens, che gestisce il centro di accoglienza di Campiglia. L’ente funge così in qualche modo da sponsor della nascente squadra, pagando divise, campi, visite mediche e defibrillatore. Nessuno dei giocatori percepisce un compenso.

Svolgere un’attività fisica regolare e competitiva fa bene a tutti, al corpo e alla mente, ma può diventare quasi uno strumento di sopravvivenza per persone che sono costrette nei centri di accoglienza per periodi lunghi, in attesa di un permesso di soggiorno che potrebbe anche non arrivare mai. Grazie a iniziative di questo tipo, gli immigrati si trovano a giocare contro squadre composte da non immigrati, cioè di composizione più tradizionale, in un campionato che diventa quindi un inizio d’integrazione sociale per loro e un’occasione di conoscenza reciproca per tutti. Chi segue squadre di richiedenti asilo sottolinea, inoltre, come si verifichi anche un fenomeno d’integrazione che potremmo definire “interna” in queste squadre. Gli stessi richiedenti asilo provengono infatti da Paesi diversi, con lingue e culture diverse. Può addirittura capitare che giochino fianco a fianco ragazzi i cui Paesi sono in guerra tra loro. Grazie allo sport si trovano invece ad allenarsi insieme e a doversi in qualche modo capire e supportare.

 

Possiamo anche citare gli aspetti educativi tipici dello sport indipendentemente da chi lo pratichi, come il fatto che lo sport sia un ottimo strumento di apprendimento delle regole e della disciplina. Regole e disciplina sono due elementi a cui i giovani, di qualsiasi latitudine, sono particolarmente avversi. I richiedenti asilo sono in massima parte giovani e giovanissimi. Se tutto ciò non bastasse, per i più talentuosi il fatto di giocare in un campionato, anche se dilettantistico, può addirittura diventare il trampolino di lancio verso campionati più importanti. Il calcio è il primo sport in Italia e i numerosi talent scout che si aggirano sul territorio vanno a pescare anche dai campionati minori.

Saliamo dalla Toscana alla Lombardia, dove il 26 novembre scorso si è svolto, all’Arena Civica Gianni Brera di Milano, uno storico derby del campionato di calcio UISP (Unione Italiana Sport per Tutti) fra i Black Panthers FC e i Corelli Boys, entrambe squadre di richiedenti asilo. I Black Panthers, nati a Milano nell’ex centro di accoglienza di via Aldini, erano iscritti al campionato UISP già dal 2016. I Corelli Boys, invece, hanno debuttato in questa stagione e sono la squadra dei ragazzi richiedenti asilo del centro di accoglienza di via Corelli a Milano. Ad allenare i Corelli Boys è Luis Patino, un volontario ex calciatore professionista, di nazionalità peruviana. I Corelli Boys hanno potuto comprare scarpe, parastinchi e divise grazie a una campagna di crowdfunding. Samba Soo, primo capitano della neo-squadra, in Senegal giocava già a calcio ed era considerato un talento. In Italia è arrivato come richiedente asilo. L’età media dei Corelli Boys è di 20 anni. I Paesi di provenienza sono diversi. Oltre al Senegal, ci sono ragazzi nigeriani, camerunensi, dalla Libia, dalla Siria e da altri Paesi ancora. Alcuni in Italia hanno un lavoro, ma per altri l’allenamento e la partita con la squadra sono le uniche occasioni di contatto con il mondo al di fuori del centro di accoglienza.

Storicamente, la prima squadra di rifugiati e richiedenti asilo di carattere permanente nata in Italia è stata la Liberi Nantes di Roma. Questa associazione sportiva dilettantistica è stata fondata nel 2007 da un gruppo di nove amici che andavano allo stadio insieme e che si erano stancati di assistere a manifestazioni di razzismo all’interno dello stadio. I nove decisero che il miglior antidoto contro il razzismo nel calcio poteva essere proprio il calcio, cioè lo stesso mezzo usato dai razzisti. Il fine statutario della Liberi Nantes è quello di promuovere e garantire la libertà di accesso all’attività sportiva a colori i quali, per motivi diversi, sono stati costretti a lasciare il proprio Paese e i propri affetti per scappare da una situazione o da qualcuno che negava loro la dignità di esseri umani e la libertà. Oltre al calcio, l’associazione organizza anche attività di altro tipo, quali escursionismo, touch rugby e scuola d’italiano. Alla storia della Liberi Nantes è stato liberamente ispirato il film Black Star – Nati Sotto Una Stella Nera di Francesco Castellani, presentato fuori concorso lo scorso novembre durante il Festival del Cinema di Roma.

Squadre con le stesse finalità di quelle citate finora sono nate anche nel calcio a cinque. In Emilia Romagna è presente da un paio d’anni la squadra del Cefal United, formata dai ragazzi richiedenti asilo e protezione internazionale residenti a Cotignola e Lugo seguiti da Cefal Emilia-Romagna. Il Cefal è il Consorzio Europeo per la Formazione e l’Aggiornamento dei Lavoratori, ente di formazione professionale, accreditato in questo caso dalla Regione Emilia Romagna. La Cefal United è iscritta al campionato UISP di calcio a cinque. I suoi giocatori hanno un’età compresa fra i 18 e i 30 anni. Nel dicembre scorso la Regione Emilia Romagna ha destinato al progetto un contributo dell’importo di 5.220 euro, da utilizzarsi per lo svolgimento dell’attività agonistica della squadra. Il contributo è stato erogato secondo il bando previsto dalla delibera regionale 1846 del 17 novembre 2017, destinato a favorire l’integrazione sociale di soggetti a rischio di marginalizzazione o in situazione di disagio sociale tramite la pratica sportiva.

L’Emilia Romagna ha una tradizione di lunga data nell’uso dello sport come fattore d’integrazione multietnica. Proprio in questa regione sono infatti nati nel 1997 i Mondiali Antirazzisti, da una collaborazione fra UISP Emilia Romagna e l’Istituto Storico per la Resistenza di Reggio Emilia. L’idea dei Mondiali Antirazzisti, all’epoca piuttosto visionaria, era quella di coniugare il tifo sportivo con la mescolanza interculturale, organizzando partite non competitive affiancate da concerti delle band più eterogenee, unendo così realtà solitamente contrastanti fra loro –ultrà spesso identificati col razzismo a fianco di immigrati di origini diverse. Ai Mondiali Antirazzisti, i valori dell’integrazione vengono oggi condivisi anche in altri sport quali pallavolo, basket, lacrosse, rugby, touch rugby, e tchoukball – dunque sport popolarissimi insieme a sport pressoché sconosciuti. La prossima edizione dei Mondiali Antirazzisti si svolgerà dal 4 all’8 luglio a Bosco Albergati, nel territorio di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena.

 

Le storie che abbiamo raccontato sono soltanto esempi di una realtà che si sta ampliando sempre di più, sia in Italia che in Europa, in parallelo all’incremento delle masse migratorie spostatesi verso il nostro continente. Il network europeo FARE (Football Against Racism in Europe), partner della UEFA, ha creato una banca dati delle squadre di calcio di rifugiati esistenti in Europa. Il database non è esaustivo, dice l’organizzazione, che ha sede a Londra, ma è senz’altro il più ricco e completo di cui disponiamo sul fenomeno. Il tema dello sport come fattore potenziale di superamento delle differenze è un tema apolitico, che in società in profonda evoluzione come le nostre meriterebbe di essere trattato con maggiore frequenza. Per un individuo che non ha niente, come può essere un immigrato fuggito da una situazione di guerra o comunque disperata, il fatto apparentemente banale di poter indossare la divisa di una squadra può già voler dire iniziare a recuperare, prima di qualsiasi altra cosa, dignità.

 

 

TopSport – Marzo 2018
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