Cuore

Fare attività fisica per tenere lontano l’infarto. Una recente ricerca dimostra la correlazione fra scarsa potenza aerobica e incidenza di episodi coronarici

 

Secondo uno studio norvegese pubblicato nell’European Heart Journal lo scorso novembre, la scarsa potenza aerobica può essere il campanello d’allarme di futuri problemi di natura cardiaca, e questo anche in persone che apparentemente non manifestano alcun disturbo di carattere vascolare o cardiaco. Per potenza aerobica s’intende la capacità del sistema circolatorio e respiratorio di fornire ai muscoli una quantità di ossigeno adeguata durante un’attività fisica sostenuta. La potenza aerobica è misurata dal VO2max, il massimo volume di ossigeno consumato per minuto. Il valore del VO2max è espresso in ml/kg/min (millilitri per kg di peso corporeo al minuto). Vari sono i fattori ad incidere sulla performance respiratoria. Fra questi, l’allenamento può essere in parte un fattore migliorativo, capace di incrementare il VO2max anche del 20-25%.

Dopo aver seguito in media per nove anni gli uomini e le donne scelte come campione per l’osservazione, i ricercatori norvegesi hanno constatato che a maggiore potenza aerobica corrispondeva un rischio minore di contrarre malattie cardiovascolari, famiglia di malattie di cui l’infarto è forse l’effetto più noto. Lo studio si è basato sull’osservazione di 4.527 persone, di cui 2.316 donne e 2.211 uomini, tutte in buona salute, senza nessuna malattia polmonare o cardiovascolare antecedente, né con antecedenti di cancro o di pressione alta. Le condizioni di salute dei 4.527 del campione erano state misurate inizialmente in Norvegia nel periodo fra il 2006 e il 2008. Degli individui nel campione era stato misurato il VO2max. I ricercatori ne avevano inoltre verificato altri parametri rilevanti ai fini dello studio, quali l’eventuale consumo di tabacco o di alcool, eventuali antecedenti familiari di malattie cardiovascolari, il peso, la pressione sanguigna, i livelli di colesterolo, e naturalmente l’attività fisica. Soltanto 147 partecipanti all’esperimento, cioè il 3,3% del campione, hanno manifestato problemi cardiovascolari. Di questi 147, alcuni hanno contratto malattie cardiache, altri si sono dovuti sottoporre ad interventi per sbloccare arterie ostruite ed alcuni che sono morti a seguito di questi problemi.

Lo studio ha mostrato, durante i nove anni di osservazione, che nel 25% del campione con la maggiore potenza aerobica il rischio di un evento coronarico era più basso di quasi il 50% se confrontato al rischio incorso dal 25% del campione con la potenza aerobica più bassa. I ricercatori hanno inoltre scoperto che il rischio di problemi cardiovascolari si riduceva del 15% per ogni ulteriore MET. IL MET, o equivalente metabolico (dall’inglese Metabolic Equivalent), misura l’ossigeno necessario per svolgere attività fisica e permette quindi di stimare il costo metabolico di un’attività fisica. Una persona a sedere consuma circa 1 MET al minuto, mentre correndo se ne consumano circa otto. Si considera che 1 MET equivalga ad un consumo di ossigeno di 3,5 ml per kg di peso corporeo per minuto [3,5 ml/(kg x min)]. Il fatto che un solo MET in più possa generare una riduzione del rischio cardiovascolare del 15% indica che anche un piccolo miglioramento della potenza aerobica ha grosse ripercussioni positive sulla protezione da problemi cardiaci e vascolari, hanno concluso i ricercatori.
La ricerca in questione presenta il limite potenziale di essersi basata sull’osservazione di partecipanti all’esperimento unicamente volontari. È possibile che soprattutto persone attive e attente alla loro forma fisica si siano offerte per far parte del campione, riducendo così l’applicabilità dei risultati dello studio alla popolazione nel suo insieme. La ricerca ha però comunque grande valore perché, affermano gli autori, gli studi precedenti sulla relazione fra potenza aerobica e malattie cardiovascolari si sono basati nella maggior parte dei casi su forme di auto-report, cioè su quanto riferito da individui/pazienti in fase clinica, e inoltre prevalentemente su uomini.
Lo studio (The HUNT Study) è il risultato di una collaborazione fra l’HUNT Research Centre del Norwegian University of Science and Technology (NTNU), il Nord-Trøndelag County Council, la Central Norway Regional Health Authority e il Norwegian Institute of Public Health.

 

 

TopSport – Gennaio 2019
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