Outdoor

Sono ormai numerose e frequenti le ricerche scientifiche che dimostrano quanto trascorrere quotidianamente un certo tempo all’aperto sia assolutamente indispensabile al nostro organismo. Il buon senso e l’esperienza diretta ce lo avrebbero certamente suggerito, anche senza prove scientifiche, ma siamo talmente presi da ritmi quotidiani frenetici da non ascoltare più né il buon senso, nostro e degli altri, né i segnali che il nostro corpo e la nostra mente ci mandano continuamente. Di contro, la ricerca di benessere – fisico e psicologico – è una delle aspettative più pressanti di tutte le società sviluppate e la pratica sportiva è strettamente legate a questo desiderio di wellness. Il noto psicanalista Erich Fromm, nella sua opera su “L’Anatomia della Distruttività Umana” (1973), utilizzò il termine “biofilia” per descrivere la propensione innata dell’essere umano a cercare di connettersi con le altre forme di vita che lo circondano. A questa nozione Edward O. Wilson dedicò successivamente un’opera, intitolata appunto “Biofilia” (1984), che evocava l’origine in parte genetica della nostra attrazione per le altre forme di vita e per la natura. Biofilia significa letteralmente passione per la vita. Purtroppo oggi la maggior parte delle persone che vivono nei Paesi industrializzati, oltre ad avere uno stile di vita sedentario, passa le troppe ore prive di attività fisica anche in ambienti chiusi, moltiplicando così il danno per l’organismo. Un’indagine condotta nel 2018 da YouGov, società con sede a Londra specializzata in sondaggi su scala globale, ha dimostrato come il classico impiegato d’ufficio trascorra non più di 15 minuti al giorno all’aperto nelle ore diurne. Il sondaggio è stato realizzato su 16.000 persone in 14 Paesi di Europa e Nord America. Sempre nel 2018, un’indagine condotta da Ambius, azienda specializzata nell’allestimento di luoghi di lavoro più vivibili (“interior landscaping”), ha mostrato come negli Stati Uniti la maggior parte degli impiegati d’ufficio passi all’aperto meno tempo di quanto ne passi un detenuto.

Trascorrere praticamente tutto il proprio tempo in ambiente chiuso significa usufruire della poca luce che arriva dall’esterno attraverso le finestre, e talvolta persino della sola luce artificiale. Questa carenza di luce influisce negativamente sul ritmo circadiano, quello che organizza il periodo delle 24 ore per il nostro organismo (“circa diem” significa “intorno al giorno”). In altre parole, stare sempre al chiuso scombina, fra le altre cose, il ciclo veglia-sonno, che necessita di un minimo di 1.000 lux (il lux è l’unità di misura per l’illuminamento). La luce a cui si è esposti in ambienti chiusi solitamente non supera i 300-500 lux. Secondo il sondaggio di YouGov sopraccitato, soltanto il 53% delle persone è al corrente dell’impatto negativo della poca luce naturale sul sonno. Nelle società in cui la tecnologia è onnipresente, il cittadino dispone comunque dell’illuminazione necessaria a svolgere le sue attività, e non si pone nemmeno il problema dell’origine di questa luce. Se da un lato la tecnologia ci permette di superare molti dei limiti altrimenti imposti dalla natura, essa al tempo stesso tende a disconnetterci dalla natura, portandoci ad ignorare bisogni che per il nostro organismo invece esistono ancora. Solo negli ultimi due secoli, l’uomo ha progressivamente trasferito la maggior parte delle sue attività dalle campagne alle fabbriche e agli uffici, cioè dall’aperto al chiuso. È un tempo brevissimo rispetto alla storia dell’uomo.

Oltre alla poca luce naturale, vivere indoor presenta anche un altro rischio, altrettanto poco conosciuto. Gli ambienti chiusi sono infatti pieni di sostanze inquinanti. In questi ultimi anni abbiamo preso sempre più coscienza dei problemi dell’inquinamento dell’aria, ma intesa soprattutto come aria esterna, per cui ci preoccupiamo – giustamente – dei veicoli inquinanti, delle attività produttive inquinanti e così via. Viene molto meno automatico pensare che il semplice fatto di stare chiusi in casa, a scuola o in un ufficio, giorno e notte, ci esponga a molteplici forme di inquinamento. L’Environmental Protection Agency (EPA), l’ente federale statunitense che sovrintende all’ambiente, afferma che le concentrazioni di certe sostanze inquinanti possono essere da due a cinque volte superiori negli ambienti chiusi in cui viviamo rispetto a quanto accada all’aperto. L’EPA ha stilato un elenco delle fonti di inquinamento indoor che hanno un effetto negativo sull’uomo. Ci sono, ad esempio, i materiali di costruzione degli edifici, che anche senza arrivare ai danni ormai noti dell’amianto, possono contenere componenti chimiche e sintetiche potenzialmente dannose per la salute, soprattutto se l’esposizione si prolunga per molte ore. C’è il fumo del tabacco, negli ambienti in cui sono presenti fumatori e dove questo non è vietato. È sufficiente pensare ai condomini e all’ipotesi in cui il vicino di pianerottolo sia un fumatore accanito: l’aria non si ferma alla soglia di casa degli appartamenti altrui. Ci sono poi i prodotti che utilizziamo per la pulizia della casa, oppure gli insetticidi, molti cosmetici, i prodotti per l’igiene personale, e la lista potrebbe continuare. Trascorriamo inoltre molto più tempo che in passato in uffici, negozi, scuole o alberghi in cui l’aria, invece che arrivare dalle finestre, arriva dai bocchettoni di un impianto interno, non sempre manutenuto a dovere.

Negli Stati Uniti, dove sedentarietà ed obesità sono vere e proprie emergenze sanitarie, si cerca di indrre la popolazione ad uscire semplicemente di casa, specie nel tempo libero, per condurre qualsiasi genere di attività. Il linguaggio dello sport outdoorn quotidiano e più contemporaneo risulta così alleggerito dall’ansia da prestazione tipica della performance sportiva. Ciò che più conta, insomma, è fare moto all’aria aperta. La chiave è quella di riuscire a coinvolgere il pubblico di tutte le età e classi sociali, facendo leva sullo stile di vita che il mondo outdoor rappresenta: valori culturali oggi molto forti, improntati alla ricerca di benessere e di naturalità. Nell’era del social e delle community online, la comunicazione può fare molto per promuovere l’attività fisica cambiando (in meglio) la percezione di come può essere visto lo sport e l’attività fisica improntata al benessere ed alla socialità prima che alla performance.

Fra gli effetti meno noti del poco tempo trascorso all’aria aperta, ci sono poi quelli nefasti sulla vista, in particolare sull’incidenza della miopia. Una ricerca del 2017, finanziata dalla Municipalità di Shanghai, ha dimostrato che trascorrere del tempo all’aperto riduce il rischio di sviluppare la miopia. Non è un caso, quindi, se una delle patologie in crescita esponenziale oggi nel mondo sia proprio la miopia, che naturalmente ha anche altre cause, quale l’aumento esponenziale dell’uso di dispositivi elettronici. Secondo uno studio apparso sulla rivista scientifica Ophtalmology, si stima che entro il 2050 metà della popolazione mondiale sarà affetta da miopia, e che un decimo della popolazione mondiale soffrirà di forte miopia, cioè di una mancanza di oltre cinque diottrie. Il fatto che si possa rimediare al problema con lenti a contatto e occhiali o con un intervento, oltre a non risolvere completamente il problema, distoglie da un problema ancora più serio. La miopia progressiva è infatti associata ad un maggior rischio di incorrere nel distaccamento della retina e all’incidenza di cataratta, glaucoma e persino cecità.

 

 

TopSport – Maggio 2019
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