NBA

La lega professionistica statunitense ha dato un deciso refresh alla propria immagine. Ma il merito si deve più agli sponsor che all’avvicendamento tecnico

 

La scorsa stagione Nbapasserà alla storia come la prima griffata Nike dopo che il principale competitor, adidas, ha chiuso un sodalizio durato undici anni. Prima della multinazionale tedesca, la realizzazione di canotte, pantaloncini e di tutto il materiale tecnico era appannaggio di Reebok, azienda che appartiene allo stesso gruppo di adidas. Un cambiamento che ha il sapore di un drastico giro di boa, dunque. Una rivoluzione per altro ampiamente annunciata: già dal giugno 2015, infatti, era stato ufficializzato l’ingresso di Nike nel mondo Nba, grazie ad un accordo di 8 anni che si stima porti nelle casse della Lega circa 125 milioni all’anno per un totale di oltre un miliardo di dollari. Cifra superiore del 245% a quanto pagato da adidas per l’ultimo contratto. Nike non si è limitata a subentrare nella commessa multimilionaria ma, di fatto, ha optato per ridefinire le regole del marketing Nba e il guardaroba delle trenta franchigie.
Raccogliendo il feedback di molti giocatori della Lega e sulla base della ricerca e sviluppo del brand negli ultimi 25 anni, sono state rimosse le cuciture delle maglie nella scollatura, sotto le ascelle e sui fianchi. Ma i cambiamenti maggiori riguardano la parte posteriore della divisa e gli orli di canotte e calzoncini, modificati per consentire il massimo del movimento.
Da questo connubio di consigli e ricerche scientifiche sono nate divise che permettono una traspirazione del 30% superiore rispetto alle ultime in uso, asciugando il sudore degli atleti molto più rapidamente, addirittura del 15%. I dati analizzati da Nike hanno messo in risalto come ogni giocatore in media percorra più o meno 6 chilometri a partita, con movimenti ravvicinati e brevi composti da centinaia di cambi di direzione, velocità e accelerazioni che durano in media 1,6 secondi. Le mappe di calore in tre dimensioni analizzate dai ricercatori sui corpi dei giocatori sono state fondamentali per realizzare le maglie più leggere possibili, che allo stesso tempo si pongono all’avanguardia per quello che riguarda l’impatto ecologico. Ogni nuova divisa è infatti prodotta utilizzando il riciclo di venti bottigliette in PET, una pratica ormai comune al 71% delle creazioni tra scarpe e abbigliamento prodotte dalla multinazionale statunitense.

L’altra grande innovazione riguarda il numero di divise che Nike ha messo a disposizione di ogni squadra. Sono ben quattro (e in alcuni casi cinque) i kit previsti per ogni franchigia, con la scomparsa della classica divisione tra maglia di casa e maglia di trasferta. La squadra ospitante potrà così liberamente scegliere quale divisa utilizzare in casa, obbligando di conseguenza la squadra ospitata a sceglierne una di toni contrastanti. Solo due dei quattro modelli, ovvero “Association” e “Icon” rappresentano la vecchia dicotomia casa-trasferta. Le altre due versioni  “Statement” e “City” sono, nell’ordine, il risultato dell’ispirazione creativa e diretta di alcuni atleti e un omaggio alle città e alle comunità locali che ospitano le squadre Nba. Otto squadre su trenta hanno sfoggiato anche una “Classic Edition”, un modello che celebra vecchie divise storiche del passato e che il team può scegliere di indossare a proprio piacimento.
Un altro significativo cambiamento riguarda la presenza sulle maglie dei nuovi loghi. Anche a tal proposito vi è un assestamento da registrare: quello che che in precedenza era considerato il logo primario viene ora chiamato “Global Logo”. A questo viene associata una “Primary Icon” ed eventualmente altre “Secondary Icon”. Il famoso baffo Nike è visibile su 29 delle 30 squadre, con l’eccezione degli Charlotte Hornets che presentano il logo di “Brand Jordan”, dal momento che Michael Jordan, testimonial per antonomasia del baffo, è proprietario della squadra. Ultima grande novità: per la prima volta sulle canotte Nba il logo dello sponsor è diverso per ogni franchigia.
Insomma, per quanto riguarda il marketing Nba la stagione in corso è una sorta di anno zero. Questa pluralità di introduzioni, di simboli e di creatività rappresentano anche per il retailer una buona occasione di ingaggio.

Sono diverse le franchigie che hanno optato per un profondo rinnovamento di divise e immagine coordinata, dando ai fan – e conseguentemente ai retailer – ghiotte occasioni per soddisfare la propria passione per le repliche. I Cleveland Cavaliers, vicecampioni in carica e squadra del “re” LeBron James, ne hanno approfittato per  rivisitare completamente logo e simbolo: rimossa la vecchia palla a spicchi hanno introdotto un grande scudo nero e un lettering nuovo di zecca. Nuove anche le canotte e lo sponsor commerciale: l’azienda di pneumatici Goodyear, fondata ad Akron, città natale di LeBron James.
Ampio restyling è stato anche quello dei Minnesota Timberwolves: logo e colori completamente rinnovati, con il lupo – simbolo storico del team – che da frontale diventa laterale. All’interno del logo appare la Stella del Nord, posizionata all’apice di una palla a spicchi, il tutto coordinato da un font disegnato appositamente per l’occasione. Particolarmente apprezzate dai tifosi le bande orizzontali sulle canotte, un elemento grafico poco frequente nella Nba. Nella storia recente solo due squadre, Utah Jazz e Washington Wizards ne hanno fatto uso.

Altra rinfrescata all’immagine tutt’altro che scontata è stata quella dei Portland Trail Blazers: anche per loro nuovo set di loghi e magliette inedite. Habitué del ritocco o eterni insoddisfatti, i Portland Trail Blazers hanno infatti messo mano per la sesta volta al proprio stemma, ma sempre senza snaturarlo o rinunciare al suo elemento caratteristico: la girandola bicolore. Gli aggiustamenti apportati al nuovo logo vedono i due gruppi di linee legati tra loro alla base da un tratto che simboleggia il lavoro di squadra mentre le estremità esterne tornano ad essere piatte, come nel logo utilizzato negli anni Settanta, con il colore il rosso che viene però riportato nella metà superiore della grafica, come nel logo utilizzato negli anni Novanta. Immancabile e bene in vista il claim della franchigia: “Rip City” (da “rip” inteso come “lacerare”, a ricordare il mormorio della retina del canestro accarezzata dal pallone), espressione partorita istintivamente nel 1971 dall’allora speaker della squadra, Bill Schonely, e da allora pseudonimo di Portland e dei Trai Blazers.
I Detroit Pistons hanno proposto un nuovo logo, risultati della commistione del logo in uso fino alla scorsa stagione e del logo storico degli anni Ottanta.
Creativo e indissolubilmente legato al territorio d’origine anche il lavoro degli Indiana Pacers. Hanno optato per una promozione interna: il vecchio logo secondario è diventato il “global logo”, introducendo una nuova icona dotata di una serie di linee diagonali e regolari che richiamano i campi coltivati dell’Indiana, sui quali ogni giorno si proiettano i raggi del sole mattutino. Nuovo e unico anche lo script frontale sulle magliette: con il nome della franchigia che andrà a formare un cerchio attorno al numero del giocatore. Per i Pacers da questa stagione anche un nuovo parquet e un nuovo hashtag in relazione con l’immagine proposta: #WeGrowBasketballHere.
Qualche sorpresa in meno per Atlanta Hawks, Los Angeles Clippers, Milwaukee Bucks, Philadelphia 76ers, Toronto Raptors, Sacramento Kings e Utah Jazz, squadre che avevano tutte rinnovato il proprio guardaroba nel 2015 o nel 2016 e che pertanto non avevano particolari assi nella manica.
Capitolo a parte anche per quelle divise talmente storiche e inserite nel tessuto culturale, sportivo e persino cittadino da non potersi permettere grossi colpi di mano. Pensiamo per esempio ai Boston Celtics, ai Chicago Bulls, ai New York Knicks o ai Los Angeles Lakers. Per queste squadre i loghi sono già fortemente radicati nell’immaginario collettivo, solo piccoli ritocchi.

 

 

 

TopSport – Ottobre 2018
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