Yerdle

Uno specialista californiano aiuta già diversi brand sportivi
a controllare il mercato d’occasione dei loro prodotti

 

Dare una seconda vita ai prodotti è uno dei fondamenti della sostenibilità e dell’economia circolare. Il consumismo ossessivo, che retorica a parte continua a dominare gli stili di vita dei Paesi industrializzati, da qualche tempo non è però più il pensiero unico e dominante. L’accresciuta consapevolezza del degrado ambientale, causato dall’inquinamento e dall’eccesivo uso delle risorse della terra, e l’impoverimento di fasce sempre più ampie della società, in seguito a crisi congiunturali e sistemiche, hanno portato alla diffusione di soluzioni più econome rispetto al passato. Fra queste c’è il recommerce, o ri-commercio dei prodotti. L’idea di rimettere in commercio gli oggetti naturalmente non è nuova, ma il mondo del recommerce ha recentemente vissuto cambiamenti importanti. Da meccanismo informale fra privati, nei mercatini dell’usato o in fiere specializzate, il recommerce si è trasformato in un’industria vera e propria, basata tipicamente su piattaforme online che consentono l’accesso a quantità di prodotti e di potenziali acquirenti significativamente superiori. Inoltre, se in passato erano soprattutto gli oggetti più costosi a vivere una seconda vita, quali automobili o elettrodomestici, in questi ultimi anni è diventato normale vendere e comprare anche abbigliamento e accessori usati. Anche in questo caso il fenomeno è in certa misura sempre esistito, ma sono cambiati i metodi e soprattutto ne è cambiata profondamente la connotazione sociale. Fino a qualche anno fa solo in pochi avrebbero ammesso senza imbarazzo di avere acquistato o venduto un vestito o un accessorio d’occasione. Oggi questa barriera sociale è largamente venuta meno, a causa delle condizioni economiche ed ecologiche di cui sopra, e il recommerce è diventato una filosofia di vita che fa tendenza. Non si vende o acquista un prodotto usato perché non ci si può permettere di fare altrimenti bensì per esprimere tramite il proprio comportamento la consapevolezza del mondo in cui viviamo e il desiderio di limitare gli sprechi. Limitare il recommerce alla coscienza ecologica sarebbe però riduttivo. Il recommerce è anche un modo per cambiare oggetti o guardaroba più spesso di quanto non si farebbe con oggetti esclusivamente nuovi. Riflettendo su quest’ultima accezione, potremmo dire che il recommerce è al tempo stesso un emblema del post-consumismo, contro gli sprechi, e anche del consumismo sfrenato di chi non volendo rinunciare a niente, ammassa oggetti sempre diversi a ritmo frenetico sfruttando tutti i canali disponibili.

Il caso di Yerdle ci racconta di un’evoluzione ancora ulteriore del re-commerce. Le marche hanno iniziato a realizzare che lasciare completamente il mercato degli articoli di seconda mano ai marketplace online multimarca, quali eBay ed altri, voleva dire perdere un pezzo della torta sempre più attraente in termini di quantità e di profitti. Stava diventando opportuno prendere in qualche modo il controllo del mercato di seconda mano dei propri prodotti. L’operazione è però, concretamente, meno facile di quanto si possa pensare. La vendita di articoli usati pone infatti problematiche diverse rispetto alla vendita di articoli nuovi. Gli articoli usati non vanno a comporre un catalogo ordinato e completo. Occorre procurarseli, sceglierli, verificarli in termini di qualità perché siano ancora vendibili, possibilmente fotografarli perché ogni pezzo è diverso dall’altro, e ultimo, ma non per importanza, occorre stabilirne un prezzo di ri-commercio ragionevole e comunque attrattivo. Se poi parliamo di articoli di marca o firmati, a monte di tutte queste operazioni è necessario verificare l’autenticità del prodotto. Esistono inoltre diverse tipologie di recommerce. Potrebbe trattarsi di un classico scambio oggetto-denaro, ma si può anche compensare il venditore con un buono, oppure attuare un recommerce solidale in cui il prodotto, o il suo valore, viene donato ad un’organizzazione senza scopo di lucro.

Esistono aziende con una competenza specifica nel recommerce, che evitano alle aziende tradizionali di sobbarcarsi molte di queste problematiche, e Yerdle è una di queste. Yerdle, che non è l’unico specialista in recommerce, ci interessa in modo particolare perché è stato scelto come partner per il recommerce da due grandi nomi dell’outdoor, Patagonia e REI, oltre che dalla designer americana Eileen Fisher. Nato nel 2012, Yerdle ha sede a Brisbane, California. L’azienda nacque allora come marketplace per aiutare i suoi 950.000 membri a rivendere o acquistare articoli d’occasione. Oggi Yerdle si concentra sulle collaborazioni con importanti marche di outdoor ed abbigliamento, marche che aiuta a riprendere il controllo di una parte del mercato d’occasione dei loro prodotti, operando con modalità studiate su misura per loro. Il co-fondatore e attuale CEO di Yerdle è Andy Ruben, che è stato in precedenza il primo chief sustainability officer di sempre di Walmart, e che quindi ha grande esperienza nel retail e nelle politiche aziendali per la sostenibilità. Sempre presso Walmart, Ruben aveva anche diretto la strategia e-commerce, la private brand e le iniziative omnichannel. Ruben aveva fondato Yerdle insieme ad Adam Werbach, noto ambientalista ed altro ex dirigente di Walmart, che ha successivamente fondato insieme a Mark Pincus e Reid Hoffman la piattaforma Win The Future.
Yerdle crea su misura per la marca partner un sito per gli articoli di seconda mano. È poi sempre Yerdle ad occuparsi di ricevere, pulire, riparare e fotografare gli articoli di seconda mano della marca partner: si tratta del cosiddetto “rewarehouse” (warehouse in inglese significa magazzino). Se non risponde ai requisiti necessari, Yerdle avvia il prodotto al riciclo. Grazie a questo sistema le marche possono rivendere gli articoli d’occasione del proprio brand sul loro apposito sito recommerce senza dover creare uno specifico magazzino e funzioni aggiuntive. Il vantaggio è anche dalla parte del cliente, il quale invece di lanciarsi nell’acquisto di un prodotto di seconda mano senza conoscerne necessariamente né l’autenticità né la provenienza, può acquistarlo dalla marca stessa disponendo delle garanzie necessarie, oltre che di un customer service e di apposite norme per il reso del prodotto. Chi invece vende i prodotti d’occasione tramite il circuito Yerdle-marca, ottiene in cambio un buono che potrà utilizzare per altri acquisti di prodotti di quella marca.

Grazie alla sua collaborazione con Yerdle, Patagonia ha lanciato nel 2017 un sito chiamato Worn Wear, specificamente studiato per lo scambio di prodotti d’occasione del brand. Yerdle collabora con modalità analoghe con Recreational Equipment Inc. (REI), la catena di negozi americana specializzata nell’outdoor, che dispone oggi di un sito per il recommerce. Top Sport aveva parlato di REI nel numero di luglio con riferimento alle ultime iniziative adottate da REI in favore della sostenibilità. REI aveva infatti recentemente annunciato di voler vendere d’ora in poi soltanto le marche che rispettano determinati standard di sostenibilità, precisati in un suo apposito documento.
Il terzo partner di Yerdle è Eileen Fisher, che così come Patagonia e REI, ha sempre prestato un’attenzione particolare alle problematiche della sostenibilità, anche prima di collaborare con Yerdle. Eileen Fisher ha fatto recommerce dei suoi articoli di abbigliamento fin dal 2009, quando non era né particolarmente diffuso né tantomeno di moda. La recente creazione del sito Eileen Fisher Renew, in collaborazione con Yerdle, ha consentito ad Eileen Fisher di perfezionare e di sviluppare la sua attività di recommerce, passando per così dire alla velocità superiore.

Yerdle permette alle marche partner di prolungare il proprio legame diretto con i clienti. Chi acquista sul sito Worn Wear, acquista su un sito Patagonia. Il cliente non nota in nessuna fase che l’operazione è in massima parte gestita da un’altra azienda, cioè da Yerdle. Promuovere il recommerce dei propri prodotti può essere visto come un’arma a doppio taglio, visto che favorire la seconda vita di un articolo significa procrastinare, e in alcuni casi addirittura impedire, l’acquisto di un prodotto nuovo. Il timore dell’autocannibalizzazione non può però non essere accompagnato dalla consapevolezza che la sharing economy è comunque la tendenza del momento, e che se il prodotto usato non viene trovato su un sito della marca stessa, verrà con ogni probabilità trovato, o rivenduto, altrove.

 

 

TopSport – Settembre 2018
BANNER x sfoglio_1