Running

Da attività collaterale a pratica quotidiana e di tendenza, espressione di lifestyle informale e confortevole.
Nelle sue molteplici declinazioni, rappresenta la ricerca di benessere e di realizzazione individuale del nuovo Millennio. Il running piace a tutti. E diverte

 

In assoluto predominio rispetto ad altre discipline sportive, la corsa è l’attività fisica dominante di questo inizio di millennio. È salutare e poliedrica – si corre anche per allenarsi e prepararsi a qualsiasi altro sport – ma soprattutto accessibile e democratica. Si può praticare ovunque, gratuitamente, nella massima libertà da schemi e regole. Serve poco materiale e impegna come meglio pare. Amatorialmente low cost, una volta presoci gusto può soddisfare i palati (pardon: i piedi) più esigenti con soluzioni altamente raffinate. Nella sua poliedricità può riempire un intero negozio grazie a prodotti super performanti, espressione di quella “wearable technology” oggi tanto di moda. Per controllare i parametri più relativi, ascoltare musica e mantenere a portata di polso chilometri percorsi, pulsazioni cardiache, pendenze del terreno e, ovviamente, i minuti di attività.
Il running è penetrato profondamente nelle abitudini sportive di massa, invadendo le pubblicità e condizionando cultura e società in ogni parte del mondo. Eppure, non è sempre stato così. Si può ben dire che di strada ne abbia fatta davvero tanta. Fino alla fine degli anni Sessanta correre per strada sull’asflato cittadino assomigliava, nella migliore delle ipotesi, a una pratica da atleta professionista e, nella peggiore, a un vezzo stravagante. Spulciando i giornali di quegli anni, non sarebbe difficile imbattersi nelle cronache di runner fermati dalla polizia perché giudicati “sospetti” e addirittura multati per “uso improprio del marciapiede”. Nel XIX secolo correre era considerata tuttalpiù una pratica obbligatoria per i detenuti, costretti ad una forzata inattività.
La corsa e il jogging si sono diffusi grazie all’indiscusso contributo comunicazionale e marketing di Nike. Con le sue pubblicità e i suoi prodotti, il colosso dell’Oregon ha contribuito enormemente a rendere la corsa popolare. Basti ricordare, su tutti, lo spot del 1988 e quel claim, “Just do it”, destinato a diventare una pietra miliare della comunicazione e che indica determinazione, impegno e l’ideale americano del “lavorare sodo” applicato allo sport.
Per arrivare, infine, a oggi, alle molte anime del running, una disciplina che ha sdoganato la corsa, portandola fuori dalla propria zona di comfort, integrandola con i media moderni e allargando il concetto stesso di attività sportiva. Anche per stare insieme e socializzare.
Un gruppo di persone che si incontra per correre in città sotto la supervisione di coach esperti. È questo il senso del programma Nike + Run Club, comunità di runner attiva nel capoluogo meneghino e che promuove l’aggregazione attraverso la corsa. Tutto è previamente pianificato e l’iniziativa offre numerosi servizi gratuiti come schede di allenamento, playlist musicali e allenamenti di gruppo calibrati per tutti i tipi di corridori, indipendentemente dal loro livello. A Milano sono molti gli appassionati che ogni sera si incontrano per correre la città, gratuitamente.

Si corre anche per esprimere lo stato di salute e di benessere come antidoto nei confronti di malattie e disagi. Un trend in grande espansione è quello delle corse per beneficenza, a sostegno di cause, associazioni e fondazioni generalmente impegnate nel terzo settore e nella ricerca. Sono ormai decine le opportunità che si contano in ogni nazione, ogni anno e con crescente notorietà. Importanti competizioni podistiche vengono precettate da enti benefici che chiedono ai runner di correre per la propria causa, comprando materialmente un buon numero di pettorali e dunque rendendo in taluni casi obbligatorio l’interfacciarsi con le nobili cause che promuovono. Ed è curioso come questa domanda si sia fatta strada nelle conversazioni tra gli addetti ai lavori: “per chi corri?”. Come se la pratica un po’ misteriosa della corsa – generatrice di fatica e di sforzi – in qualche maniera necessitasse di una giustificazione pratica ed eticamente riconoscibile.
D’altra parte è innegabile che correre per raggiungere un obiettivo specifico e caritatevole rappresenti un’ottima motivazione alla partecipazione. Con conseguenze pregevoli e ulteriormente motivanti: il denaro raccolto dai corridori in centinaia di gare durante tutto l’anno fornisce fondi preziosi per una vasta gamma di iniziative benefiche, in particolar modo quelle orientate alla ricerca scientifica.
La straordinaria modernità della corsa dipende sicuramente dalla sua versatilità. Come nessun’altra disciplina rappresenta credibilmente le diverse declinazioni della cultura sportiva contemporanea: salutista, ecologica, competitiva, divertente, faticosa, generosa, aggregante ma anche estrema. Come racconta bene il successo della formula della Spartan Race, competizione tipo “corsa a ostacoli”, che ricrea i percorsi utilizzati nell’addestramento militare. Rinominata ufficialmente “Reebok Spartan Race Series” dal 2013, consente di scegliere il percorso più adatto: 5-6 chilometri e circa 15 ostacoli per i principianti; 13-15 chilometri e 20 ostacoli per chi già si sente all’altezza; fino a 20-25 chilometri e 25 ostacoli per chi vuole letteralmente superare i propri limiti. In alcuni casi il comitato organizzativo prevede una versione junior, con un percorso lungo tra i 750 metri e i 2,5 chilometri con 10-20 ostacoli.
La corsa – come l’attività sportiva nella sua accezione più generica – non per forza deve ricondursi a fatica estrema e disciplina ferrea. In uno spirito senz’altro più amatoriale e ludico, ma per questo anche più moderno, esprime il suo lato più social, colorato e festaiolo. Come insegna l’ormai famosa “Color Run”, nata negli Stati Uniti nel 2011 ispirandosi alla festa dei colori “Holi”, una ricorrenza induista per festeggiare la primavera. Organizzata in 49 Paesi del mondo, per un totale di 250 città, raccoglie ormai la partecipazione di oltre un milione di persone. Il segreto del suo successo sono…i colori. Si parte con una maglietta rigorosamente bianca per arrivare completamente “imbrattati” di vernice (lavabile). A ogni chilometro stazionano volontari che cospargono di polvere colorata (ecologica e non tossica) i partecipanti; ciascuna stazione è abbinata ad una cromia diversa fino al traguardo, quando ad attendere i runners c’è la cosiddetta “color blast” finale. I colori sono completamente lavabili e non rovinano gli smartphone, ingredienti altrettanto decisivi di questo genere di manifestazioni, che si autopromuovono grazie alle migliaia di “selfie” ed un live social molto seguito. L’Italia è stato il Paese con la migliore performance mondiale di iscritti alla Color Run. Nel 2016 solo in Italia vi hanno partecipato 112mila persone con il record di 25mila runner nella sola Torino. Una popolarità che deriva anche dal fatto che non esistono tempi ufficiali: manifestazioni come la Color Run non sono lunghissime né competitive e si può arrivare al traguardo tanto correndo quanto camminando.
Oltreoceano (negli States ma sempre più spesso anche nella regione asiatica) le “fun race” sono all’ordine del giorno e molto spesso apparentate con iniziative benefiche: dalla “Hot Chocolate 15K”, dove si corre e si mangia cioccolato (e il cui partner per la raccolta fondi è Mc Donald’s), alla “Firefly Run”, nella quale i runner si agghindano di bracciali e di collane fluorescenti, passando per la la “The Naked Foot 5K”, dove si corre scalzi, alla “Run like a diva”, mezza maratona declinata al femminile dove non contano i tempi ma gli accessori: boa di struzzo, corone e make up. E per i più temerari…pure i tacchi a spillo. Dalla Bride Run (rigorosamente per spose in abito da cerimonia) alla incredibile “Underwater HydroWorx Marathon”, una maratona da correre di fatto restando sul posto, con le gambe immerse in acqua. Manifestazioni del genere, all’insegna della fantasia e del divertimento, non potranno che crescere ancora. C’è da scommetterci.

 

 

 

 

TopSport – Ottobre 2018
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